Il Mondo perduto – Arthur Conan Doyle

Qualche settimana fa mi trovavo a Roma, in gita scolastica. Solo verso la fine della gita mi sono accorto che davanti al nostro albergo c’era un negozio di libri. La sera prima della partenza ho pigliato un paio di amici e siamo andati a vedere.

Davanti a noi il piccolo negozietto è incastrato fra due edifici più grandi. Dietro alla vetrina un muro di libri, le copertine sbeccate e logore. Ai nostri piedi delle cassette di plastica contengono libri dalle pagine ingiallite. Incollato alla vetrina un foglietto di carta con scritto “Libri usati a 1 euro”. Incredibile. Mi sporgo verso la porta di vetro aperta: un vecchietto dalla barba bianca parla con un signore di mezza età con un giubbotto grigio. Tutto attorno a loro pile e pile di libri fino al soffitto illuminati da una lampada nel soffitto. «Diamo un occhiata?» chiedo ai miei amici. Mi avvicino alle cassette davanti a me, odore di carta e polvere mi entra nelle narici. Fantastico!

libri

Più o meno così…

Quella sera comprai un libro e i miei amici una decina di fumetti di Dylan Dog. Avrei voluto prendere qualche libro in più, ma il tempo era poco e quel libro era l’unico che mi interessasse. Il libro è: Conan Doyle Tutti i romanzi fantastici.

Ho letto il primo romanzo dei quattro, “Il mondo perduto”, che è anche il più lungo (circa 170 pagine).

Malone è un giovane giornalista che scrive per il Daily Gazette ed è innamorato di una ragazza di nome Gladys. Quando si decide a confessare il suo amore lei gli risponde che non è abbastanza coraggioso e vorrebbe come marito un uomo che le altre donne le possano invidiare. Malone quindi deciso a far vedere il suo coraggio va su richiesta del giornale per cui lavora da un certo scienziato di nome Challenger. Questo è tornato da una spedizione nel rio delle amazzoni affermando l’esistenza dei dinosauri in un misterioso acrocoro sperduto nelle foreste. Dopo un iniziale litigio con Challenger, Malone ne diventa amico. In una conferenza viene proposta una seconda spedizione per verificare la veridicità di ciò che Challenger dice. Lo scienziato Summerlee, accanito oppositore di Challenger, si propone per partire come anche un certo Lord John Roxton e lo stesso Malone.

Doyle scrive abbastanza bene: la storia è raccontata da Malone che scrive un resoconto del viaggio per il Daily Gazette e perciò molte cose sono giustificate. Le varie digressioni e similitudini assurde sono quindi giustificate ma comunque brutte.

[Parlando degli pterodattili] Avevano chiuso le immense ali membranose ripiegando le zampe anteriori, e sembravano così delle vecchie donne gigantesche avvolte in orrendi scialli color ragnatela dai quali uscivano fuori le loro teste feroci.

[Parlando di Ronald Murray] Perché diavolo la gente che ha da dire qualcosa che valga la pena di essere sentita non si prende il piccolo disturbo di imparare a farsi sentire, rimane uno dei misteri della vita moderna. È come versare del liquido prezioso in un recipiente attraverso un tubo occluso che potrebbe essere aperto con un minimo sforzo.

E via dicendo… Quando Doyle vuole mostrare qualcosa è capacissimo ma spesso si perde in divagazioni poetiche completamente brutte e inutili.

Un temibile pterodattilo!

In quelle immense distese di foresta la vita, che aborrisce il buio, lotta per la luce. Ogni pianta, anche la più piccola, si aggroviglia spasmodicamente verso l’alto, avvinghiandosi agli alberi pur di raggiungere la sua meta. Le piante rampicanti sono enormi e lussureggianti, ma altre, che non hanno imparato ad aggrapparsi a qualche appiglio, imparano l’arte di scappare dall’ombra più fitta: così la comune ortica, il gelsomino, e persino la palma jacitera, si spingono intorno ai fusti dei cedri, protese a raggiungere le loro chiome. Non c’era traccia di vita animale tra le maestose navate che si aprivano davanti a noi, ma un costante movimento sopra le nostre teste indicava la presenza di una miriade di serpenti, di scimmie, di uccelli e bradipi amanti della luce, che osservavano dall’alto stupiti le nostre figure piccole, scure e incerte, che avanzavano nel lontanissimo regno buio sotto di loro.

Qui Malone scrive senza mostrare nulla di preciso o concreto e per di più utilizzando termini poetici e inconsueti. Non viviamo quindi un esperienza diretta di questo luogo ma ci becchiamo le considerazioni già masticate dal narratore che alla lunga annoiano. Avrebbe dovuto farci vivere esperienze dirette della foresta mostrando che all’ombra non cresce niente, che i rumori di rami spezzati e versi di uccello provenivano dalle fronde degli alberi. In realtà Doyle è capace di scrivere bene, come ho già detto, infatti dopo un po’:

 

Per un attimo vedemmo far capolino un animale con le gambe arcuate che se ne stava acquattato nel buio, probabilmente un formichiere, che scappò via goffamente tra le piante.

 

Sebbene non sia una descrizione troppo buona dopo tre pagine di considerazioni poetiche sulla foresta amazzonica il formichiere mi ha tirato su il morale perché è concreto e specifico. Oltretutto durante tutto il viaggio per raggiungere l’acrocoro Malone non fa nulla e si comporta da semplice osservatore e Lord Roxton sparisce del tutto. Mentre invece Summerlee e Challenger si rimbeccano continuamente facendo anche divertire il lettore.

Il divino formichiere

 

Un’altra cosa a svantaggio del libro è il fatto che Doyle ci preannuncia sempre che sta per accadere qualcosa di terribile o inaspettato tramite l’utilizzo di termini come “all’improvviso” o “improvvisamente” o ancora “di colpo”. Altre volte invece accade di peggio:

[Malone si sta arrampicando] Vi passai la testa sotto per vedere che cosa c’era più oltre, e quasi caddi dall’albero per la sorpresa e l’orrore di quello che vedevo.

 

Questi preamboli, utilizzati anche da Lovecraft, sono molto dannosi perché ci avvertono che sta per succedere qualcosa di improvviso e di fatto riducono l’effetto sorpresa. Se questa frase non ci fosse stata il lettore non sarebbe stato preparato a quello che succede dopo e sarebbe rimasto più colpito. Ovviamente il metodo con cui queste cose vengono narrate (resoconto di Malone) giustifica tutte queste cose, che però rimangono brutte.

 

D’altra parte i personaggi sono ben delineati, chi di più chi di meno. E troviamo alcune piacevoli come il simpatico conflitto interno di Malone che esce di notte combattuto fra la codardia e il desiderio di farsi elogiare dai suoi compagni. E altre parti molto ben riuscite.

 

La coerenza è costante in tutto il libro e Doyle da bravo scrittore è molto attento a quello che scrive, l’unica possibile incoerenza che ho notato riguarda le scorte di cibo e munizioni che molto spesso sembrano terminate ma all’occorrenza ricompaiono (magia?).

 

Ho notato che Doyle non se la cava molto bene con le descrizioni di momenti d’azione, ne riporto due particolarmente interessanti:

 

[Baruffa fra Challenger e Malone nello studio di Challenger] Fu in quel momento che mi si lanciò contro. Per fortuna avevo aperto la porta, altrimenti l’avremmo sfondata. Facemmo una girandola lungo il corridoio. Lungo il tragitto incontrammo una sedia e la trascinammo con noi in strada. Io avevo in bocca la sua barba, ed entrambi avevamo le braccia e il corpo intrecciati con quella sedia maledetta che ci bloccava con le sue gambe. L’attento Austin [maggiordomo] aveva aperto la porta dell’ingresso, così finimmo avvinghiati sulle scale del portone.

 

[Uomo scimmia tenta di ammazzare Malone] Dal fitto fogliame verde sopra il mio capo erano sospese due lunghe braccia nerborute ricoperte di peli rossi, e stavano scendendo piano piano. Un secondo in più, e quelle mani d’acciaio si sarebbero strette intorno alla mia gola. Corsi indietro ma, anche se ero veloce, quelle mani lo erano di più. Colte alla sprovvista dal mio scatto repentino, avevano mancato la presa, ma una delle due mi afferrò dietro al collo e l’altra mi prese in faccia. Alzai le braccia per proteggermi la gola e, un attimo dopo, la zampa che mi aveva afferrato la faccia mi immobilizzò le mani. Mi sentii sollevare facilmente da terra, e una forza incredibile mi spinse all’indietro la testa finché non avvertii un dolore insopportabile alla cervicale. […] Quando la creatura avvertì che cedevo, nella sua bocca  malvagia brillarono per un attimo due bianchi canini, e la sua stretta si serrò maggiormente intorno al mio mento, tirandolo verso l’alto.

 

Il finale è buono e non tenta di rifilarci la solita morale da quattro soldi, anche se a un certo punto sembra che i quattro vogliano tacere riguardo l’acrocoro per preservarlo alla fine se ne fregano. E l’idiozia di Malone che si percepisce nel primo capitolo viene punita.

 

Quindi sebbene ci siano digressioni, poetismi, gestione sbagliata dell’effetto sorpresa e descrizioni assurde il tutto viene salvato da:

-una svolta originale del tema (non solo dinosauri);

-una scrittura il più delle volte buona;

-un finale soddisfacente;

-un sapiente utilizzo di interrogativi che inducono a continuare a leggere;

-una coerenza quasi impeccabile.

 

Vi suggerisco quindi di leggerlo se vi capita sottomano.

 

Un acrocoro

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Hunger Games è una merda

Hunger Games

Hunger Games è una merda!

Hunger Games fa schifo!

Hunger Games è per bimiminkia!

Molti pensano che “criticare” un’opera sia semplicemente esprimere un parere del genere  : un parere senza argomentazioni, farcito d’ignoranza e per di più maleducato. Avrai capito quindi che il titolo era solo un pretesto per attirarti , o lettore, e fare molte visite alla faccia tua!

Si scherza ovviamente ( anche se solo in parte).

Ora andiamo ad affrontare il tema di questo articolo, il celeberrimo Hunger Games (il primo libro quindi, parlerò degli altri in futuro).

Questo libro ha raggiunto un livello di popolarità tale da entrare a far parte dell’immaginario collettivo, l’opera in realtà è estremamente sopravvalutata.

Ok, non guardarmi così male, adesso ti dico perché la penso così.

La trama di Hunger  Games è copiata( ma si potrebbe anche dire che prende pesantemente spunto) da quella di Battle Royale, il romanzo fantascientifico di Koushun Takami.

Qui gli alunni di una classe delle medie vengono rapiti e costretti a combattere tra loro in un’isola, tutto ciò è organizzato dal governo della Repubblica della Grande Asia come un esperimento scientifico.

Il problema però non sta in questa somiglianza, anche se due autori affrontano lo stesso tema ne emergeranno comunque due visioni del mondo diverse. Il fatto è che Battle Royale raggiunge una profondità psicologica nell’analizzare ogni singolo personaggio che Hunger Games non eguaglierà mai. In una storia del genere l’approfondimento psicologico è fondamentale. Ci si dovrebbe domandare,  come fa un semplice e pacifico essere umano a trasformarsi in un vero tritacarne quando il suo mondo crolla e viene messo alle strette?                                                                                                                                                                                           In Hunger Games non si scende mai troppo a fondo sulla questione, in Battle Royale invece l’essere umano subisce un’analisi brutale. HG perde anche sul fronte della verosimiglianza, alcune scene sono davvero assurde, ne riparleremo più tardi.

La narrazione è lasciata in mano alla protagonista Katniss.  La voce della ragazza ci infarcirà di informazioni insignificanti e inutili che il lettore avrebbe potuto scoprire da solo, il primo capitolo è tutto così. Viene fatto poi un uso smodato del discorso indiretto.  Il discorso d’apertura nel primo capitolo, ad esempio, viene riassunto dalla voce di Katniss. Questi potrebbero non sembrare grossi difetti eppure rendono i dialoghi e le situazioni noiosi, appesantendo il tutto. Io spesso mi ritrovavo a scorrere la pagina, saltando quasi spontaneamente le riflessioni di Katniss. 

 

Gli ambienti vengono descritti in modo superficiale e approssimativo. Gli edifici di Capitol City sono “scintillanti” ma non ne viene data un’immagine precisa, che comprenderebbe uno stile architettonico e una descrizione più attenta della forma e dei materiali. La stessa cosa avviene per i mezzi di trasporto, le auto sono solo definite “sfavillanti” ma sono bolidi avveniristici o catorci moderni?

Il discorso si ripete in quasi tutti gli scenari del libro, fatta eccezione per l’arena che è composta solo di foreste, radure e corsi d’acqua. Qui l’autrice fa uno sforzo e almeno mostra i tipi di alberi presenti, oltre agli animaletti e a tutto il resto. Nell’arena migliora anche il ritmo ,Katniss ha meno tempo per le seghe mentali. I suoi pensieri infatti sono in gran parte inutili per approfondire la psicologia del personaggio.

I luoghi in cui è ambientata la storia non hanno un briciolo di fascino e personalità, ci scorrono addosso senza lasciare niente.

Anche i personaggi sono descritti da cani, tre in particolare mi hanno steso:

  • La Madre “un po’ consumata, ma non troppo male in arnese” sgradevole da leggere per quel disturbante “arnese”, vuota e inutile. La descrizione poi non assolve al proprio compito, descrivere. Non mi viene mostrata alcuna caratteristica ,viene solo sottolineata la somiglianza metaforica a un oggetto consumato che non rende vero e reale il personaggio.
Un po' consumate, ma non troppo male in arnese

Un po’ consumate, ma non troppo male in arnese

  • Prim “ Il viso di Prim è fresco come una goccia di pioggia e incantevole come la primula da cui ha preso il nome” non tanto sgradevole ma forse molto più vuota e inutile per la ricercatezza con cui è composta. Anche qui vale lo stesso discorso della madre.
  • Il Presidente “Un uomo piccolo e magro dai capelli bianchi” questa descrizione sarebbe appropriata per un personaggio terzario, questo però è il presidente! L’uomo che regge Panem, che fa uccidere i tributi e tiene per le palle tutti i distretti. Possibile che tra tutte le chiacchere che fa Katniss non trovi una descrizione decente di quest’uomo? L’autrice non poteva dotarlo di caratteristiche proprie e particolari e farcelo temere? Evidentemente no.

Nonostante ciò che la storia propone, una vera strage senza regole di 24 ragazzi se ne vedono davvero poche di uccisioni violente, Katniss ne vede con i propri occhi solo quattro e solo due sono degne di nota

  • L’uccisione con il nido di aghi inseguitori è la più emozionante, anche se artificiosa e improbabile.
  • La morte di Rue è sicuramente la più drammatica, ma scritta da cani.

Per la maggior parte del tempo Katniss passeggia per l’arena, quando è sola non ha un attimo di pace per colpa dei tributi favoriti, poi quando si apparta con Peeta questi la lasciano stare inspiegabilmente.

In questo lasso di tempo non ci saranno attacchi e ogni cosa andrà a buon fine. Pur lasciando il fuoco acceso più volte nessuno li nota. Questo potrebbe anche essere spiegabile : magari gli strateghi li nascondono per dar loro modo di mostrare il loro amore e appassionare il pubblico, ma non credo che l’autrice l’abbia pensata così, magari si è semplicemente scordata di cosa stava scrivendo, succede a tutti.

La Collins probabilmente ha voluto adattare la trama ad un pubblico più giovane, questo sarebbe stato impressionato dalla violenza estrema fisica e concettuale di un’opera come Battle Royale. Niente del genere può però scusare la sciatteria generale dell’opera e non è altro che un freno a ciò che questo libro avrebbe potuto essere.

Per finire in bellezza vi lascio con alcune delle scene assurde a cui ho accennato prima

  • Nella palestra per le prove individuali tra gli strateghi e i tributi non vi è alcuna protezione, Katniss tira loro una freccia e colpisce un arrosto di maiale. Possibile che in 74 anni di Hunger Games nessuno sia uscito di testa e abbia tentato un’azione simile? Perché gli strateghi non si proteggono?  L’unica spiegazione è limpida: sennò la storia non andava avanti.
  • Appena entrata nell’arena la ragazza ha dei problemi con l’acqua, tanto che rischia di morire disidratata. Ad un certo punto confida di avere la mente confusa, a tal punto da continuare a dimenticare ciò che fa. Poi però riesce a fare un ragionamento finissimo, riesce a capire che Haymitch non le da l’acqua proprio perché la sta per trovare da sola. E’ possibile che una ragazza che a momenti si scorda come si fa a camminare abbia delle pensate così brillanti? Dubbi.

Ho letto tutta la trilogia di Hunger Games, il primo tre volte. Nelle prossime settimane scriverò  due articoli per gli altri libri.

 

 

 

Il re e l’alfiere

Qualche tempo fa mi è capitato di leggere “On Writing” di Stephen King. È un libro scorrevole e dallo stile amichevole.

Sicuramente l’intento non era quello di scrivere un manuale sulla scrittura, come chiarisce lo stesso autore. In particolare vi sono parti autobiografiche (che raccontano tutta la sua vita fino ad oggi, ma proprio tutta) e invece sezioni dedicate alla scrittura.

Stephen non se la sente di dettare regole sulla narrativa e quindi ci fa dono dei suoi consigli a riguardo. Elencherò solo i più significativi.

Leggere e scrivere molto. È una cosa scontata, si impara a scrivere con la pratica e a sviluppare la fantasia leggendo (eh già). Non è detto che si impari a scrivere leggendo, dipende infatti da che cosa si legge.

Non basta però esercitarsi fino allo sfinimento per scrivere bene, bisogna come minimo conoscere le basi della narrativa (brevemente: lo show, don’t tell; la coerenza; l’originalità; ecc. – in seguito se ne parlerà in modo approfondito per ora pazientate o fate qualche ricerca).

Non creare la trama a tavolino ma lasciare scorrere gli eventi. Questa è la personale tecnica di Stephen, ci viene però detto che molti libri che lo hanno formato sono stati scritti a partire da una trama. Questo varia da scrittore a scrittore, personalmente preferisco creare una trama prima di iniziare a scrivere, il vantaggio è che si può meglio gestire la suspance e modularla lungo la narrazione. Occorre molto esperienza perché questo avvenga in automatico e molto spesso la “molta esperienza” non basta.

Non descrivere troppo morbosamente qualcosa. In generale dipende. Una delle regole fondamentali è eliminare tutto ciò che è inutile ai fini della storia. Prendiamo ad esempio Licia Troisi:

Il sole inondava la pianura. Era un autunno particolarmente clemente:l’erba era ancora d’un verde vivido e ondeggiava contro le mura della cittàcome un mare in bonaccia.

Premetto che non ho ancora letto “Nihal della terra del vento”, in seguito lo farò (il cuore mi piange al solo pensiero). Ci troviamo davanti un bel narratore onnisciente che preannuncia già di per sé qualcosa di astratto e filtrato dall’autore (che gioia!). Vediamo che qui non si descrive affatto: l’autunno clemente, il verde vivido, le mura della città e… il lettore non si è immaginato nulla. Magari in seguito Licia descriverà il paesaggio come si deve, e invece no (parola mia).

Comunque, l’ambientazione solitamente è indispensabile ai fini della storia: il lettore deve immaginarsi il luogo dove si muovono i personaggi altrimenti si sentirà spaesato, perciò “il sole inondava la pianura” ha il suo perché. Possiamo passare anche “l’autunno particolarmente clemente” anche se fa schifo quel clemente, oltre a essere inutile. Invece la similitudine “Come un mare in bonaccia” è doppiamente inutile.  A rendere l’idea metaforica del mare c’era già “ondeggiava” e inoltre la bonaccia è l’assenza di vento, quindi forse l’autore vuole dire un lieve -lievissimo- movimento? Chi lo sa.

Queste alla fine sono sottigliezze, il vero problema è che il lettore non immagina niente, non si cala nella storia. Quello che può fare è richiamare alla mente una generica pianura dove splende un sole d’autunno (ma non un autunno normale, bensì un autunno particolarmente clemente). Questo è inchiostro buttato.

Approfitto di questo breve inciso offerto dalla Troisi per introdurre un altro consiglio di Stephen:

non utilizzare paroloni troppo complessi. Questo è sempre vero. Ci sono due cose che interrompono l’illusione della storia: termini astratti e generici (praticamente tutto ciò che la Troisi ha scritto) e parole troppo complesse (per fortuna non ce ne sono, un punto alla Troisi). Una parolona ricercata come “rosso cocciniglia”  infatti può fermare il lettore mentre sta viaggiando con la fantasia per obbligarlo a chiedersi che cazzo di differenza ci sia fra il rosso e il rosso cocciniglia. La risposta molto spesso è nessuna e noi sprechiamo inchiostro e carta (poveri alberi).

Rosso o rosso cocciniglia? I tossici se lo chiedono sempre

I consigli di Stephen sono tanti altri e sono, bene o male, validi mi sento quindi di consigliarvi On Writing.

Ora vorrei introdurvi un altro metodo di scrittura che reputo migliore di quello di Stephen King (ricordo che il suo consiste nel non creare la trama a tavolino ma mettere i propri personaggi in situazioni strane e vedere come se la sbrogliano).

Lo scrittore da cui ho appreso questo metodo è un po’ stagionato, parlo di Vittorio Alfieri. È stato uno scrittore (in particolare drammaturgo) piemontese del fine ‘700. Non ritengo il suo metodo migliore perché lui è italiano e Stephen King no (gnegne), ma perché personalmente il procedimento di Alfieri è più funzionale a me. Sottolineo “a me”, se voi riterrete il metodo di Stephen più adatto a voi liberissimi di fare quello che volete.

Vittorio Alfieri, aveva qualche rotella fuori posto

Alfieri suggeriva di rifarsi al metodo con cui gli oratori romani preparavano i propri discorsi, seguendo i cinque passaggi: inventio (inventare), dispositio (disporre), elocutio (collocare), memoria (memorizzare), pronuntiatio (pronunciare).

Alfieri propone perciò i tre “respiri”, ha eliminato infatti memoria e pronuntiatio poiché non sono utili ai fini dello scrivere libri (tragedie, nel suo caso). Qui sotto li elaborerò in modo più semplice:

1-Per prima cosa bisogna preparare un “canovaccio”, ovvero la trama, e i personaggi principali.

Quindi cominciamo a pensare al personaggio principale, alle sue aspirazioni, alle sue paure, al suo modo di fare, ecc. Pensiamo all’antagonista e se è umano (può essere anche una forza naturale o altro) penseremo alle sue aspirazioni, alle sue paure, al suo modo di fare, ecc. Poi se ce un personaggio chiave penseremo alle sue aspirazioni, alle sue paure, al suo modo di fare, ecc. Infine pensiamo una situazione che vedrà il protagonista lottare e soffrire per qualcosa e l’antagonista a rompergli le balle.

Ho enfatizzato tutto questo pensare perché nulla va lasciato al caso. Un personaggio non agisce in un determinato modo perché sì, perché ci fa comodo, perché il buono fa il buono e il cattivo fa il cattivo. Non esistono nella realtà personaggi buoni e personaggi cattivi esistono personaggi grigi, con una determinata scala di valori.

Perciò se Carlo ammazza Franco tagliandogli la gola con un cucchiaio lo deve aver fatto per un motivo, non perché secondo l’autore Franco deve morire. Oltretutto se in una scena precedente vediamo Carlo che tenta di uccidere Giovanna mentre dorme e non ci riesce è poco probabile che in seguito riesca ad avere la presenza di spirito per ammazzare Franco con un cucchiaio.

In genere ogni uomo ha un punto oltre il quale non è disposto a spingersi (magari Carlo è disposto a uccidere un uomo ma non un bambino, allora basta creare una Giovanna di otto anni). Non fate agire i vostri personaggi a casaccio.

2-Una volta preparata trama e personaggi principali, cominciamo a scrivere la prosa con passione e sentimento. In pratica dobbiamo scrivere senza preoccuparci del lavoro finito, ma soltanto di scrivere quello che ci sentiamo.

Date sfogo alla follia!

3-Infine dobbiamo verseggiare. Infatti Vittorio scriveva in versi, ma l’obbiettivo principale del verseggiare è separare l’oro dal piombo. Dunque andremo a rileggere dopo un certo periodo di tempo, a eliminare quello che non va bene e a rifinire al meglio il racconto.

In realtà questo è lo stesso metodo di Stephen, con la sola differenza che lui non preparava il “canovaccio” ma teneva ben presenti i personaggi e i loro caratteri.

Scegliete voi se preparare il canovaccio o no, oppure se scrivere direttamente il romanzo completo (come fa Licia), io non assicuro niente in ogni caso.

Ponzio se ne lavò le mani e visse felice e contento…

Leggere velocemente è meglio?

L’Italia è un paese di ignoranti, meno della metà della popolazione nel 2013 ha letto almeno un libro (dati ISTAT) c’è poi da chiedersi quanti tra questi capiscano veramente ciò che leggono, e ancora se quelli letti siano considerabili effettivamente libri e non semplici manufatti cartacei dalla copertina luccicante e pieni di avverbi.

intendevo questo tipo di capolavori, non si era capito?

intendevo questo tipo di capolavori, non si era capito?

Se proverai a chiedere a una persona che non legge il motivo, questa sfodererà brillanti argomentazioni del tipo

  • Leggere è noioso!
  • Leggere è faticoso!
  • LEGGERE è DA SFIGATI, MEGLIO A FIKAAA !!!11!

Ora, se il terzo soggetto non ha possibilità di redenzione e deve implodere, per i primi due c’è speranza.

Se si chiederà loro di leggere un brano, probabilmente la loro lettura sarà lenta e incerta, con ritorni alle parole precedenti non comprese e pause, tutto questo porterà a distrazioni che comprometteranno l’esperienza.

A questo punto sorge una domanda: la lettura veloce può migliorare la comprensione?

Al contrario di come molti pensano, più si legge velocemente un testo meglio se ne capisce il contenuto, questo perché sarà necessaria una maggiore concentrazione e le pause saranno ridotte al minimo.

La velocità media di lettura è 250 parole al minuto, si possono però raggiungere velocità molto maggiori ,fino a 1000 parole al minuto, dato che in realtà non è necessario leggere una parola alla volta ma è possibile cogliere il significato di interi gruppi di vocaboli insieme.

Come si possono raggiungere certe velocità? Leggere così può sembrare inumano ma con l’allenamento e l’esercizio è possibile. Ovviamente occorre molta dedizione.

Che ne dici di provare? Io sono sulle 500 parole ma ho iniziato ad allenarmi da poco, devo dire però che questo metodo funziona e ne sono soddisfatto.

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Benvenuti

Questo blog tratterà principalmente di narrativa fantastica (fantascienza, horror e fantasy). In particolare parleremo dei libri che ci sono piaciuti e quelli che ci hanno disgustato per sottolineare errori e punti di forza.

Non addolciremo la pillola: se un libro fa schifo non importa quanto tempo e passione ci ha messo l’autore; le buone intenzioni non risolvono i problemi di coerenza e di stile.

La pubblicazione non è indice di qualità e nemmeno la quantità di copie vendute lo è. A questo punto ci si chiede com’è possibile che la spazzatura venga pubblicata e venda così tanto. La risposta probabilmente è basata sull’ignoranza e l’adattamento del neo-lettore: questo, non avendo letto niente di meglio fino a quel momento (la scuola non aiuta), non ha un metro di giudizio per valutare un romanzo e si adatta (come a suo tempo l’uomo Habilis si adattò alla savana). 

Purtroppo è più facile che il neo-lettore si imbatta in romanzi-spazzatura data la loro abbondanza. L’obbiettivo di questo blog sarà farvi vedere che c’è di meglio; che non bisogna
accontentarsi del pattume; che scrivere buona
narrativa non è facile.